Avv. Alfredo Romeo, l’intervista.
Lime Edizioni
- Gennaio 26, 2026
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Owner di Romeo Collection
Lei ha spesso parlato di impresa come atto civile. In un’epoca dominata dall’intelligenza artificiale e dalla finanza algoritmica, come si può mantenere questa dimensione umanistica dell’imprendere? Ho sempre considerato l’impresa come un atto di responsabilità civile, prima ancora che economica. Oggi più che mai, di fronte all’accelerazione tecnologica e alla crescente astrazione della finanza, è fondamentale riaffermare il ruolo umano dell’imprenditore: quello di interprete del cambiamento e di custode della qualità. L’innovazione è uno strumento straordinario, ma deve restare al servizio di una visione etica e culturale. Mantenere la dimensione umanistica dell’impresa significa mettere al centro la conoscenza, la bellezza, la competenza e la capacità di creare valore reale per la collettività.
Guardando al futuro delle città italiane, quali elementi ritiene indispensabili per costruire un nuovo modello urbano che unisca efficienza, sostenibilità e identità culturale? Le città italiane rappresentano il più grande patrimonio culturale e sociale del Paese. La sfida è rigenerarle senza snaturarle. Serve una visione integrata che coniughi sostenibilità, innovazione e tutela dell’identità. Efficienza non significa standardizzazione, ma capacità di armonizzare servizi, infrastrutture e cultura del vivere. La città del futuro deve essere intelligente, ma anche riconoscibile; sostenibile, ma soprattutto abitabile. È da questo equilibrio che nasce quella che definisco la “civiltà dell’abitare”: un modo di pensare lo spazio urbano come luogo di benessere, bellezza e partecipazione.
La sua carriera è segnata da una costante ricerca di integrazione tra innovazione e tradizione. Come si riesce a coniugare la rapidità del progresso tecnologico con la lentezza e la memoria delle città storiche italiane? Ogni progetto della ROMEO Collection si fonda su questa sintesi. Innovazione e memoria non sono in conflitto, ma parti di un unico processo. La tecnologia consente di preservare, valorizzare e raccontare meglio il patrimonio storico, rendendolo accessibile in forme nuove. A Roma, come a Napoli, abbiamo scelto di collaborare con architetti di fama internazionale da Zaha Hadid a Kenzo Tange proprio per dare forma a un dialogo tra il linguaggio contemporaneo e la profondità della nostra storia. L’obiettivo è sempre lo stesso: costruire luoghi in cui il passato continui a generare futuro.
…Viviamo in un tempo in cui la velocità dell’informazione rischia di
sostituirsi alla profonditą del pensiero
Lei ha avuto un ruolo pionieristico nell’introdurre il concetto di “global service” in Italia. Oggi, dopo decenni, quali pensa siano i limiti o i rischi di un modello così fortemente industrializzato applicato al patrimonio pubblico? Il global service è nato per migliorare la qualità della gestione del patrimonio pubblico, rendendo più efficiente e trasparente l’interazione tra pubblico e privato. Tuttavia, ogni modello gestionale deve evolversi nel tempo. Oggi è necessario integrare la dimensione tecnica con quella culturale e sociale. La gestione dei beni pubblici non può ridursi a una procedura: deve restare un atto di cura e di valorizzazione. Credo che la vera sfida sia ricondurre i grandi sistemi industriali a un equilibrio con i valori civili, ambientali e culturali dei territori.
Il suo percorso nell’editoria – da Il Riformista a L’Unità – sembra anche una riflessione sul ruolo del pensiero critico. Crede che oggi in Italia ci sia ancora spazio per un giornalismo che formi opinione e non solo la insegua? Il giornalismo resta una delle più alte forme di responsabilità civile. Viviamo in un tempo in cui la velocità dell’informazione rischia di sostituirsi alla profondità del pensiero. Il mio impegno editoriale nasce dalla convinzione che la stampa debba tornare a essere un luogo di formazione dell’opinione, non solo di registrazione del consenso. Il Riformista e L’Unità rappresentano due strumenti diversi di una stessa idea: quella di un giornalismo che aiuti a comprendere la complessità, che restituisca alla parola la sua funzione pubblica e culturale.
Nella sua visione l’arte, l’architettura e la gestione del territorio dialogano costantemente. Se dovesse sintetizzare in una frase la sua idea di “bellezza utile”, come la definirebbe? La bellezza utile è quella che genera valore. È una bellezza concreta, che costruisce relazioni, lavoro, cultura e appartenenza. In ogni progetto che realizziamo che si tratti di un edificio, di un hotel o di un’iniziativa culturale, la bellezza non è un ornamento, ma una forma di economia civile. È ciò che permette a un luogo di continuare a vivere nel tempo, di rappresentare la sua identità e di offrire qualcosa di significativo alla comunità. In questo senso, la bellezza è il motore etico e produttivo del nostro modo di fare impresa.
di Clelia Torelli – photo courtesy Avv. Alfredo Romeo
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